Simone , l’etica fisica e il pluslavoro
12 Ottobre 2009
Nei post precedenti abbiamo individuato le fonti teoretiche e i presupposti intellettuali del filosofare di Simone Weil. I due poli entro cui scivolava la sua riflessione, portando con sé l’eredità della dimostrazione scientifica a cui Simone ambisce ma che si nega, erano Spinoza e Marx. Nell’uno salvava la “demonstratio geometrica” dell’etica, aggiungendovi una fisica dell’etica – di senso trascendentale – giungendo alla libertà dall’oppressione individuale del soggetto; dell’altro, bisogna aggiungerlo, salvava la dimensione collettiva della libertà dall’oppressione. Marx ha senso poiché il suo tentativo è quello di liberare l’intera classe operaia dall’asservimento al lavoro e dell’oppressione che ne deriverebbe. Abbiamo quindi visto che le parole chiave della fisica dell’etica sono quelle della dinamica newtoniana: forza, lavoro, attrazione, leva. Se individualmente il senso della sofferenza umana è quello di essere la parte senziente del “lavoro” fisico che dio compie sull’uomo affinché si liberi della propria materia pesante – altro termine della dinamica – e assurga a spirito libero, dall’altra , collettivamente, il senso della politica è quello di liberare tutta l’umanità, dall’asservimento alle condizioni che l’opprimono. Marx infatti, nella sua analisi sulle condizioni di equilibrio (disequilibrio) tra datore di lavoro e operaio, tra capitale e “forza lavoro”, è proprio in quest’ultima che scopre il plusvalore. Ci muoviamo in totale lessico newtoniano. Lavoro è quello che compie dio sull’individuo per fargli percepire il limite della materia, lavoro è quello dell’operaio che riceve in cambio il salario che gli permette solo di continuare a produrne. Bisogna fare estrema attenzione. C’è contiguità tra il “lavoro” dell’etica e il “lavoro” salariale: il soggetto è il lavoratore, l’operaio, il proletario. La scelta di Simone è immediata e traslittera il senso dell’etica trascendentale: il vero soggetto a cui si deve indirizzare l’opera di liberazione dall’oppressione fisica e morale è l’operaio, il lavoratore, il proletario. Vi è dunque attenzione, da parte di Simone, alla filosofia Marxiana. Tutto si gioca nello strettissimo rapporto che vi è tra il lavoro salariale, che non permette lo svincolo dalle condizioni di oppressione, poiché il salario è sufficiente a creare una forza lavoro giornaliera (un operaio non può accumulare forza-lavoro che gli permetta di accumulare un salario corrispondente, cioè non può produrre più forza lavoro di quella possibile, quindi non potrà ottenere salario maggiore di quello che percepisce) ed il lavoro necessario a “perdere gravità” materica, per assurgere allo spirito. Simone, quindi, mossa dall’ossessione della dimostrazione, sceglie di sperimentare lei stessa le condizioni dell’alienazione del lavoro, per verificare se sia possibile, durante il lavoro della fabbrica, sperimentare le leggi dell’etica fisica, che si sta lentamente dimostrando e a cui crede fermamente.
Sceglie quindi di lavorare presso le officine Renault di Parigi, dove verificherà l’inconsistenza delle analisi marxiane, trovando nel lavoro ripetitivo manuale la leva meccanica di scorporo della “gravità” della materia umana che dio stesso dà all’uomo per permettergli di creare il suo proprio spirito. Simone, infatti, mentre lavora, così come in Italia osserverà Gramsci dal carcere, accumula meravigliose osservazioni sul fenomeno dell’immaginazione e del pensiero, nell’atto stesso di imbullonare parti meccaniche. É la fine della filosofia weiliana e l’inizio del suo sterminato mondo mistico, del quale è certa dopo che ha verificato che non è certo il lavoro manuale ad impedire il pensiero, e quindi ad impedire la liberazione dall’oppressione. Nascerà quindi il pensiero politico, volto a liberare le masse dalla convinzione che sia il lavoro ad impedire la spiritualizzazione dell’esperienza, attraverso lo studio dei rapporti sociali, a loro volta “materia pesante” da liberare attraverso le forme della democrazia e del pluralismo. Combatterà infatti fianco a fianco alla resistenza spagnola, e si farà paracadutare nella Francia assediata dai nazisti. Durante e attraverso questo periodo percorrerà le strade del cristianesimo, senza mai abbracciarlo ufficialmente, col pensiero rivolto ai fratelli ebrei sterminati nei lager. Simone è considerata uno degli intelletti più alti del ‘900.
Simone Weil e la fisica di dio
11 Ottobre 2009
Come espresso nel blog precedente, sono i fondamenti filosofici di Simone Weil che intendo sottolineare ed esporre. Dai fondamenti nasceranno tutte le costruzioni politiche, religiose e mistiche della filosofa. Non ci interessa qui verificare se essa sia una pensatrice sociale, religiosa o mistica, ma trovare le ragioni profonde del suo pensare, del suo riflettere. Abbiamo detto che i due poli principali sono Spinoza e Marx – a sua volta trascrittore di Spinoza – . Fondamento della filosofia di Simone non è la metafisica Spinoziana, non è il “Deus sive natura”, ma l’”Eticha more geometrico demonstrata”. É molto interessante questa posizione Weiliana, poiché se il sistema spinoziano si realizza su di una metafisica teologica, quello weiliano si dimostra su una “demontratio etichae”. Spinoza, sebbene ponesse il divino nella natura, poneva l’ordine nell’etica, che poteva essere dimostrata geometricamente, cioè secondo scienza matematica. Anche Simone accetta questa proporzione, ma se Spinoza pone Dio nella natura, Simone pone l’uomo nella materia. Infatti, l’assunto della geometrizzazione dell’etica, cioè il suo essere scienza assoluta, solleva la natura dall’etica, per restare Spirito Visibile. E’ quindi la possibilità dell’etica che crea la conoscenza, nell’uomo, poiché Dio è immanente il mondo, quindi realizzabile. Simone ribalta ed estende il significato di tale proporzione. Mantenendo vera la geometrizzazione dell’etica Simone vi aggiunge addirittura una fisica, dell’ etica. Conviene ripetere e andare più adagio. Spinoza dimostra dio dalla geometrizzazione dell’etica, ma dio resta immanente la natura, E’ quindi l’uomo che dimostra dio, in se stesso, poiché scienza. L’uomo assurge alla scienza della conoscenza attraverso l’etica. Se bastasse la scienza fisica della natura, di una natura naturans o anche naturata, l’uomo non troverebbe il trascendente. É quindi l’etica che permette la dimostrazione della natura, non viceversa. Poiché dio è immanente il mondo e la natura, allora l’etica ne è dimostrazione. Spero di essere stato chiaro. Per Simone, questo assunto subisce un’accelerazione violentissima. Non solo è lo spirito etico, a possedere scienza teologica, ma è lo stesso spirito umano ad essere natura e materia per la legge divina. Non è quindi l’etica il principio di dimostrazione del divino, ma la materia umana, che è oggetto di fisica da parte di dio; Simone infatti crede che dio agisca sull’uomo nella stessa misura e con le stesse modalità scientifiche con cui l’uomo agisce sulla materia. Ciò è possibile poiché Spinoza viene prima di Newton e dello sviluppo vertiginoso della scienza fisica del ‘900. Probabilmente anche Spinoza avrebbe geometrizzato e fisicizzato la conoscenza umana, ma non poteva farlo, poiché non erano ancora certe le dimostrazioni della fisica. Simone, tre secoli dopo, mantiene la tensione etico-spirituale spinoziana, ma vi aggiunge una osservazione che è solo sua, unica, irripetibile, e lo ripetiamo: dio agisce sull’uomo con la fisica della materia bruta, la stessa fisica che è l’uomo ad adoperare per conoscere la natura. Dio quindi parla con l’uomo attraverso le leggi della dinamica, attraverso la forza, le leve, la gravità e l’attrazione a distanza. In questo modo Simone dimostra l’etica attraverso la fisica, e questo paradosso è solo suo. L’importanza di questa osservazione è fondamentale: ciò che opprime l’uomo è il misconoscimento del rapporto meta-fisico che lega l’uomo a dio, quindi l’uomo, per conoscere dio, deve capire la fisica della sua etica, immersa nella materia di cui è composto. Nel prossimo post parleremo dell’analisi marxiana di Simone.
Un pò di…attualità…
10 Ottobre 2009
Ieri sera, 09.10.09, in via S.Franca, presso il Teatro dei Filodrammatici, qui a Piacenza, – di cui allegherò qualche fotogramma – si è tenuta una conferenza di Giancarlo Gaeta, curatore della traduzione e dell’edizione dei “Quaderni”, su Simone Weil. Con toni pacati ed eleganti sono state ricordate le gesta biografiche della grande filosofa ebraico-francese degli anni 30/40. Purtroppo, ancora una volta, l’appuntamento con le sintesi del suo filosofare è stato rimandato. Non fa nulla, siamo abituati a ciò. Tuttavia in questo post renderò il lettore partecipe delle mie personali osservazioni su questo filosofare.
Innanzitutto ho chiamato “filosofare” il pensiero e la scrittura weiliane, poichè il libero utilizzo della cultura, delle idee e delle osservazioni non può essere classificato come “filosofia”, come potrebbe essere e rientrare nella nozione classica di “sistema filosofico”, sia che esso riguardi una struttura sia che non la riguardi. Una dottrina, benchè priva di sistema – come potrebbe essere quella dell’ “eterno ritorno” di Nietzsche – è pur sempre un tentativo di unità filosofica. Simone Weil non sembra, nella sua scrittura, essere interessata a ciò, ma non per questo il suo scrivere non-è filosofia, pur restando un filosofare. Dovremmo quindi procedere con una definizione di ciò che è il filosofare, per avere un punto di riferimento comune. Per convenzione diciamo che filosofare è porre un quesito, porsi un quesito, una problematica – magari altissima – ma senza per questo chiuderla in una definizione. Al contrario, filosofare è progredire verso stadi di maggiore complessità pur partendo da un semplice problema insolubile, spiccando quindi il volo verso le infinite ipotesi di sua soluzione, tutte efficaci, tutte vere, nessuna assoluta.
Simone Weil, quindi, a mio giudizio, adopera questa tecnica intellettuale, utilizzando a rovescio le “quaestiones” tommasiane, in cui ad un problema si risponde con una risposta, utilizzando la ragione. Nell’utilizzo delle ipotesi di soluzione ai problemi, la Weyi, avvicina la pratica filosofica alla prassi scientifica, come in un ampio e imperturbabile laboratorio, ove le idee giostrano in tutti loro possibili sensi, rette solamente da qualche principio intellettuale che si può definire – wittgensteinemente – una “credenza”, un credo intellettuale, che si dimostra con la potenza della sua ricorrenza. I grandi sistemi di pensiero collettivo, come dottrine politiche, dottrine religiose, dottrine mistiche, vogliono la Weyl essere un pensatore politico, religioso, mistico, e con qualche avveduta ragione. Tuttavia il percorso della Weil è un percorso filosofico chiaro, che arriva si, alla politica, alla religione, al misticismo, ma attraverso lo strumento concettuale della filosofia. Simone, che non si sente all’altezza del fratello Andrè – genio della matematica – dopo avere a malincuore rinunciato alla dimostrazione scientifica, sceglie la tematica filosofica come suo destino intellettuale. Tuttavia le nozioni fisico-matematiche dalla filosofa sono di una chiarezza disarmante. Ingloba quindi, nella riflessione filosofica, i concetti fondamentali della allora matematica e fisica, schiudendo il suo riflettere alle dottrine filosofiche che, come lei sente su di sè con le scienze, renderebbero libero l’uomo dal suo obbligatorio asservimento all’oppressione. Il suo interesse sarebbe per le scienze, ma, oppressa dal sentimento di inferiorità per il fratello, che ama, lo sposta sulla filosofia, che promette, come sempre, la distensione del problema soggettivo, utilizzando il concetto per aprire le pieghe dell’incomprensibile. Il percorso non è tuttavia causale. Non saranno quindi le riflessioni sulla matematica e sulla fisica o sulla filosofia a causare il suo pensiero religioso o mistico o politico, ma essa percorre questa strada.
L’animo umano quindi, per Simone, è costretto da forze che lo opprimono. Che esso sia un semplice complesso di inferiorità, o una condizione di oppressione dovuta a cause materiali e sociali – famoso è il passo in cui la filosofa osserva come il semplice camminare per strada obbliga a sensazioni di oppressione o libertà a seconda del nostro stato d’animo e a seconda di cosa e chi incontriamo – il problema è la schiavitù dell’uomo nei confronti della materia bruta, che diventa forza opprimente capace di chiudere il senso del trascendente, diritto di qualsiasi individuo. La dimensione del trascendente filosofico a cui allude e a cui sottende l’attenzione filosofica di Simone, sono Spinoza e Marx. Essi saranno ricorrenti nei primi quaderni, prima che vengano definitivamente abbandonati. Tuttavia, la filosofa è questa. Simone quindi analizza il problema della forza bruta, della sostanza – substantia eticha – e della società oppressa dalla forza che tende alla substantia spinoziana, appunto, diritto universale. Il presupposto logico-teorietico è Spinoza, ma la materia di osservazione è Marx (di cui è ispiratore – rif. “Quaderno Spinoza”; Karl Marx). Forza, lavoro, energia, attenzione, sono i problemi filosofici che essa considera maggiormente. Nel farlo analizza, come farebbe il modernissimo Google, la parola, in tutti i lessici in cui è nominata, trasversalmente ad ogni disciplina, cercando di accumulare più sensi possibili, per scoprire quale sia la causa dell’oppressione che ne deriva.
Qui Simone compie un passo incommensurabile col presupposto iniziale. Nel prossimo post, spiegheremo il perchè questo è un passo che segna il cammino della filosofa verso l’incommesurabile.
Agli ignoti lettori…..
26 Settembre 2009
Nonostante abbia richiesto l’aiuto della mia amica Sabrina – la fisica – Sabrina non ha ancora visitato, da quel giorno, il mio blog. E’ stato un bene ed è stato un male. Un bene, poiché ho dovuto affrettarmi a sintetizzare una formuletta – quelle che ai fisici piacciono tanto – in cui è perlomeno rappresentato il rapporto tra materia e tempo; un male perchè, nella fretta, avrò tralasciato qualcosa. Ringrazio comunque Sabrina, la sua delicatezza che mi è stata preziosa e il suo senso filosofico, senza il quale non è possibile ambire a nessuna scienza. Lo scopo di questo blog è sempre stato quello di essere un azzardo teoretico, in qualsiasi disciplina lo si consideri. Dalla filosofia alla matematica, dalla fisica al diritto, dalla politica alla comicità, dalla poesia all’arte, ha affrontato temi che saranno di attualità fra qualche – stavolta immodestamente – lustro. La scelta , infatti, di pubblicare sul web le mie considerazioni in qualsiasi campo prescinde dalle ovvietà dei titoli e della autorizzazioni a pensare che la società organizzata impone. Una volta, grazie a dio, non era così. Con la libertà di due secoli fa e con la sfrontatezza intellettuale che mi contraddistingue, quindi, faccio partecipe il lettore di quante e quali meraviglie può godere l’uomo libero, che sappia utilizzare appieno i suoi diritti e le sue capacità. Vi immaginate proporre ad un docente di fisica la teoria del sistema solare vettorializzato?. Appunto, non ho bisogno di nessun permesso , per pensare, anche se a volte, pensare – come lo intendo io – è un atto rivoluzionario. Anche la formula che ho accennato nel post precedente è un azzardo, è un ipotesi, che solo io potrò vagliare, poiché solo io ho avuto un particolare iter formativo, una particolare educazione, un particolare coraggio e intuito, che a volte è sembrato semplicemente folle. Non ho paura della follia, mia, ma nella demenza altrui, che non posso governare e controllare. Per cui, ignoto lettore, rassegnati, il tuo buon senso non sarà sufficiente a leggere questo blog, dovrai abbattere tutti gli ostacoli mentali che ancora ti governano, e forse mi odierai per queste parole, ma lo faccio per il tuo bene, per aiutarti e condurti dove il pensiero è pura luce creativa, anche quando sembra non godere dell’ausilio della povera e stupida dimostrazione.
a Sabrina 2…(la mia amica Fisica…in two sense….)
17 Settembre 2009
Cara Sabrina,
il risultato sperimentale a cui giungo è presto detto. Se il rapporto tra massa e materia implica il tempo (negativo, quello della “tardità” galileiana) dobbiamo distribuire le sintesi formali fisiche in questo modo: Volume/densità=Peso/Dt dove il “D” è un equazione differenziale di 2 tempi tanto lunga da ridurre a poco piu di 1 il denominatore, per avere il peso positivo, e salvare la dinamica newtoniana.
Sono un estremo lo so ma aiutami in questa situazione, so che hai capito……..(andrebbe bene anche in denominatore la serie dei numeri negativi, purchè vi sia la probabilità di “trovare” al suo interno un numero positivo)
Ti prego rispondi al piu presto.
antonio
a Sabrina….
14 Settembre 2009
Mia cara Sabrina, il tuo spirito intelligente e leggero merita le mie attenzioni. Tomato ho dovuto cancellarlo perchè era convinto di essere uno scienziato, con la verità in tasca. Tu mi sembri più aperta. Ascoltami.
Quando qualcuno riuscirà a spiegare il perchè dell’ellitticità delle orbite attorno al sole allora, e solo allora, avremo una vera dinamica. La formula di gravitazione non spiega la cosa più importante, cioè come faccia la terra, in questo caso, a compiere orbite ellittiche attorno al sole, ossia come faccia il sole ad avere una gravità – o forza d’attrazione – che non si distribuisce omogeneamente nello spazio (occupare uno dei due fuochi significa avere un campo gravitazionale disomogeneo…) quando ha una massa evidentemente omogenea. Ecco la vera dinamica sarebbe quella – Galileo considera idiota Keplero…. – che spiega questa cosa, non quella che si falsifica in una formuletta come f=ma derivata da una più ampia F=m1m2/r2 che è meramente descrittiva…si descrittiva…un disegno…uno schizzo d’artista, ma non prova provata. Ecco, io parto da qui e viaggio nella fisica alla ricerca delle , stavolta si, forze misteriose – come il tempo – che generano la ragione delle cose. Andare sulla luna non ha dimostrato nulla, e nemmeno andare su Marte e Plutone. Mi spiace, ma devi sapere le mie convizioni più profonde.
Riprenderò a scrivere quando avrò più tempo. (il lavoro, chiama….)
Ti abbraccio
Antonio Giovanni Maria Zetti
….del resto, se vogliamo avere un contatto diretto,possiamo trovarci su facebook, dove io sono col mio naturale nome……….
…besos….
La formazione della massa 2
21 Luglio 2009
Prima di dedicarmi alla congetture di cui ho parlato alla fine del post precedente conviene dedicarsi ancora una attimo sul senso che il post precedente aveva.
La formazione della massa è un fenomeno che possiamo chiamare EVENTO, poiche essa ha, appunto un valore VARIABILE. Il senso del post precedente voleva essere questo. Essa, sempre nella dinamica, assume forma solo ed esclusivamente in movimento, mentre da ferma è solo un numero possibile, e probabilmente, solo immaginato. La massa newtoniana infatti è assimilata , positivamente al calcolo sul prodotto di peso, densità e volume, e , negativamnente solo dalla legge dell’inerzia, che stabilisce la tendenza di un corpo solido a perseverare in uno stato di quiete o di moto, finchè non intervengono altre forze a modificarne lo stato. Tuttavia, abbiamo visto, con l’esempio delle torri gemelle, che la massa non è nemmeno ben certa dal punto di vista materiale, poichè, come abbiamo visto, è a causa del cedimento delle architravi che la parte superiore delle torri si trasformò in una massa a sè stante. Ciò che importa è comunque assistere che all’istante T con zero (il blog non possiede caratteri matematici) una struttura fisica, un sistema materiale, senza una ben precisa natura, si trasforma in una massa, avente velocità e forza. La formazione della massa è quindi un istante positivo che trasforma un istante negativo, di assenza di massa, in un istante positivo in cui la massa esiste e possiede una forza. Abbiamo quindi tre sistemi di riferimento, per immaginare la massa, 1° il calcolo positivo del prodotto di peso, densità e volume; 2° il principio di inerzia, come abbiamo veduto; 3° un tempo negativo che le appartiene così come è suggerito dalle osservazioni sulla tardità Galileiana. Nel prossimo post tenteremo di illustrare la congettura che vede la massa essere tale ipotesi.
La massa: esempio della sua formazione
20 Luglio 2009
Tutti abbiamo assistito, chi prima e chi dopo, al crollo, l’11 settembre del 2001, delle torri gemelle, causato dalla penetrazione e dalla deflagrazione di due aerei pilotati da terroristi islamici, che ha causato migliaia di vittime. L’esempio è volutamente eclatante e doloroso, poichè deve colpire l’immaginario del lettore. Le due torri furono colpite dagli aerei a breve distanza una dall’altra. Una fu colpita quasi a metà altezza, l’altra poco più sopra della metà. Il carburante di cui gli aerei erano colmi esplose e diede luogo, in entrambe le torri a incendi devastanti.
Le torri, poco prima dell’impatto, erano in quiete, soggette solo alle naturali oscillazioni dovute alle correnti d’aria che vi sono a 300 metri di altezza. Il loro peso era distribuito nelle architravi e nelle putrelle di acciaio che le componevano, e la loro massa era pari al loro peso e al loro volume. Esse giacevano quasi immobili e l’impressione di compattezza che suscitavano era indiscutibile. Eppure accadde un tragico imprevisto. Gli aerei, schiantandosi all’interno delle torri indebolirono le strutture portanti e la temperatura dell’incendio, delle fiamme, del rogo, le rese morbide come pongo, e la loro parte superiore crollò su quella inferiore, causando rovina, distruzione e morte.
Eppure, se un oggetto avesse centrato le torri a quel modo, se gli aerei non fossero esplosi, probabilmente le torri non sarebbero crollate. Perchè? Gli standard di sicurezza di progettazione assicuravano alle strutture portanti un carico superiore alla norma; queste, infatti avevano la capacità di resistere a pesi superiori a quelli sopportati ma la temperatura dell’incendio le indebolì e, appunto, esse trasformarono la parte superiore delle torri in una massa compatta, che precipitò sulle strutture inferiori, e a causa dell’accelerazione di gravità rese inefficente e insufficente la capacità di carico delle parti inferiori, che si sbriciolarono sotto l’urto della massa di acciaio. In questo esempio drammatico, che ci evoca istanti terribili, appare chiara la funzione della massa di un corpo. Non fu il peso della materia a far crollare le torri, ma la massa inerziale dell’acciaio, che trasformò l’energia potenziale in energia cinetica e aumentò la forza della massa. Il semplice peso, infatti, sarebbe stato insufficiente a far si che esse crollassero, ma il movimento della materia di cui erano composte secondo una costante di gravità, trasformò e trasfigurò gli equilibri statici della struttura. Avrebbero potuto anche semplicemente crollare le parti superiori, lasciando le inferiori intatte, se fosse stato il semplice peso, a causare l’urto. Ma fu, appunto, la massa, che causò rovina e devastazione. Quindi abbiamo assistito tutti alla formazione della massa, che in quiete è un semplice numero, ma, se mossa, acquisisce forza e potenza, al punto di distruggere pesi superiore al suo.
Una domanda sorge spontanea, quindi. Che cosa è allora la massa? quale limite deve possedere la materia per essere una massa compatta? dipende dalla densità? dalla quantità? dal peso? dal volume? dalla velocità? da tutte queste componenti? o da nessuna di queste? Il mistero della struttura di acciaio che viene interrotta nella sua continuità è una frattura nella massa o nella materia? Gli aerei che si sono schiantati hanno aperto una breccia nella materia o nella massa delle torri? e se la massa appartiene alla materia come è possibile che io, spezzando la materia spezzi la sua massa? A queste domande risponderemo con una congettura del tutto inconsueta nel prossimo post. Un pensiero alle vittime dell’11 settembre.
L’implicito della “tardità” Galileiana nella lingua italiana
20 Luglio 2009
E’ necessario, dopo avere mostrato l’attributo temporale che Galileo fa alla materia, dimostrare ulteriormente perchè esso è un attributo temporale. Mentre la velocità infatti è qualcosa che riguarda un corpo semplicemente, ossia è relativa ad uno spazio-tempo determinato, anche se variabile, la Tardità, o il ritardo, è qualcosa che inerisce perlomeno due oggetti, quando, ancora più marcatamente, due Soggetti. Il ritardo infatti è una misura negativa che solo un Soggetto può percepire. Un auto è in ritardo solo se qualcuno la sta aspettando, se è ferma o semplicemente si muove per la città ha delle temporalità semipositive, o positive.
Se Galileo nel 1633 chiama ancora tardità il rallentamento del grave al diminuire del piano inclinatosu cui si muove, è perchè sta ancora attendendo, dentro di sè, che esso si muova o abbia, all’osservazione, una caratteristica essenziale che in movimento perde o acquista. La Tardità di Galileo è quindi una dimensione scientifica inerente all’osservazione di Galileo, di cui noi siamo a conoscenza solo ed esclusivamente dalla sua capacità di scrittura nella lingua italiana. Infatti, se Galileo si fosse limitato a ripetere le osservazioni fatte da giovane non avrebbe fatto cenno della Tardità appunto. Egli quindi osserva il grave, o è come se osservasse il grave, da un tempo di cui è possibile intuire la profondità solo dal suo genio letterario, pari solo al suo genio scientifico. In Galileo infatti, l’osservazione prende corpo in quanto viene interpretata secondo uno stile letterario che ha una infinità di implicazioni di assoluto rilievo, il cui tono sta nella letterarietà di cui il suo genio è capace. La lingua italiana è per l’appunto lo strumento di dimostrazione della consapevolezza, ma appunto, è anche dimostrazione del genio inconsapevole che egli utilizza per esprimere la sua chiave di lettura dei fenomeni naturali. Dobbiamo tener presente che la legge dell’inerzia è del 1673, cioè dopo che l’uomo ha già realizzato piramidi, acquedotti, templi, tombe, palazzi navi ecc ecc, Galileo, a mio giudizio, ha osservazioni che tengono conto della storia umana e si chiede se esse siano sufficienti a spiegarla o si debba domandare in generale di più sul fenomeno naturale in quanto tale.
Nei prossimi post si dimostrerà con un esempio lampante, come possano intendersi la massa Newtoniana e la massa Galileiana e per fare ciò analizzeremo il tragico attentato alle torri Gemelle di New York nel lontano 11 settembre del 2001.
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