Nei post precedenti abbiamo individuato le fonti teoretiche e i presupposti intellettuali del filosofare di Simone Weil. I due poli entro cui scivolava la sua riflessione, portando con sé l’eredità della dimostrazione scientifica a cui Simone ambisce ma che si nega, erano Spinoza e Marx. Nell’uno salvava la “demonstratio geometrica” dell’etica, aggiungendovi una fisica dell’etica – di senso trascendentale – giungendo alla libertà dall’oppressione individuale del soggetto; dell’altro, bisogna aggiungerlo, salvava la dimensione collettiva della libertà dall’oppressione. Marx ha senso poiché il suo tentativo è quello di liberare l’intera classe operaia dall’asservimento al lavoro e dell’oppressione che ne deriverebbe. Abbiamo quindi visto che le parole chiave della fisica dell’etica sono quelle della dinamica newtoniana: forza, lavoro, attrazione, leva. Se individualmente il senso della sofferenza umana è quello di essere la parte senziente del “lavoro” fisico che dio compie sull’uomo affinché si liberi della propria materia pesante – altro termine della dinamica – e assurga a spirito libero, dall’altra , collettivamente, il senso della politica è quello di liberare tutta l’umanità, dall’asservimento alle condizioni che l’opprimono. Marx infatti, nella sua analisi sulle condizioni di equilibrio (disequilibrio) tra datore di lavoro e operaio, tra capitale e “forza lavoro”, è proprio in quest’ultima che scopre il plusvalore. Ci muoviamo in totale lessico newtoniano. Lavoro è quello che compie dio sull’individuo per fargli percepire il limite della materia, lavoro è quello dell’operaio che riceve in cambio il salario che gli permette solo di continuare a produrne. Bisogna fare estrema attenzione. C’è contiguità tra il “lavoro” dell’etica e il “lavoro” salariale: il soggetto è il lavoratore, l’operaio, il proletario. La scelta di Simone è immediata e traslittera il senso dell’etica trascendentale: il vero soggetto a cui si deve indirizzare l’opera di liberazione dall’oppressione fisica e morale è l’operaio, il lavoratore, il proletario. Vi è dunque attenzione, da parte di Simone, alla filosofia Marxiana. Tutto si gioca nello strettissimo rapporto che vi è tra il lavoro salariale, che non permette lo svincolo dalle condizioni di oppressione, poiché il salario è sufficiente a creare una forza lavoro giornaliera (un operaio non può accumulare forza-lavoro che gli permetta di accumulare un salario corrispondente, cioè non può produrre più forza lavoro di quella possibile, quindi non potrà ottenere salario maggiore di quello che percepisce) ed il lavoro necessario a “perdere gravità” materica, per assurgere allo spirito. Simone, quindi, mossa dall’ossessione della dimostrazione, sceglie di sperimentare lei stessa le condizioni dell’alienazione del lavoro, per verificare se sia possibile, durante il lavoro della fabbrica, sperimentare le leggi dell’etica fisica, che si sta lentamente dimostrando e a cui crede fermamente.
Sceglie quindi di lavorare presso le officine Renault di Parigi, dove verificherà l’inconsistenza delle analisi marxiane, trovando nel lavoro ripetitivo manuale la leva meccanica di scorporo della “gravità” della materia umana che dio stesso dà all’uomo per permettergli di creare il suo proprio spirito. Simone, infatti, mentre lavora, così come in Italia osserverà Gramsci dal carcere, accumula meravigliose osservazioni sul fenomeno dell’immaginazione e del pensiero, nell’atto stesso di imbullonare parti meccaniche. É la fine della filosofia weiliana e l’inizio del suo sterminato mondo mistico, del quale è certa dopo che ha verificato che non è certo il lavoro manuale ad impedire il pensiero, e quindi ad impedire la liberazione dall’oppressione. Nascerà quindi il pensiero politico, volto a liberare le masse dalla convinzione che sia il lavoro ad impedire la spiritualizzazione dell’esperienza, attraverso lo studio dei rapporti sociali, a loro volta “materia pesante” da liberare attraverso le forme della democrazia e del pluralismo. Combatterà infatti fianco a fianco alla resistenza spagnola, e si farà paracadutare nella Francia assediata dai nazisti. Durante e attraverso questo periodo percorrerà le strade del cristianesimo, senza mai abbracciarlo ufficialmente, col pensiero rivolto ai fratelli ebrei sterminati nei lager. Simone è considerata uno degli intelletti più alti del ’900.
Archivio Mensile: ottobre 2009
Simone , l’etica fisica e il pluslavoro
Simone Weil e la fisica di dio
Come espresso nel blog precedente, sono i fondamenti filosofici di Simone Weil che intendo sottolineare ed esporre. Dai fondamenti nasceranno tutte le costruzioni politiche, religiose e mistiche della filosofa. Non ci interessa qui verificare se essa sia una pensatrice sociale, religiosa o mistica, ma trovare le ragioni profonde del suo pensare, del suo riflettere. Abbiamo detto che i due poli principali sono Spinoza e Marx – a sua volta trascrittore di Spinoza – . Fondamento della filosofia di Simone non è la metafisica Spinoziana, non è il “Deus sive natura”, ma l’”Eticha more geometrico demonstrata”. É molto interessante questa posizione Weiliana, poiché se il sistema spinoziano si realizza su di una metafisica teologica, quello weiliano si dimostra su una “demontratio etichae”. Spinoza, sebbene ponesse il divino nella natura, poneva l’ordine nell’etica, che poteva essere dimostrata geometricamente, cioè secondo scienza matematica. Anche Simone accetta questa proporzione, ma se Spinoza pone Dio nella natura, Simone pone l’uomo nella materia. Infatti, l’assunto della geometrizzazione dell’etica, cioè il suo essere scienza assoluta, solleva la natura dall’etica, per restare Spirito Visibile. E’ quindi la possibilità dell’etica che crea la conoscenza, nell’uomo, poiché Dio è immanente il mondo, quindi realizzabile. Simone ribalta ed estende il significato di tale proporzione. Mantenendo vera la geometrizzazione dell’etica Simone vi aggiunge addirittura una fisica, dell’ etica. Conviene ripetere e andare più adagio. Spinoza dimostra dio dalla geometrizzazione dell’etica, ma dio resta immanente la natura, E’ quindi l’uomo che dimostra dio, in se stesso, poiché scienza. L’uomo assurge alla scienza della conoscenza attraverso l’etica. Se bastasse la scienza fisica della natura, di una natura naturans o anche naturata, l’uomo non troverebbe il trascendente. É quindi l’etica che permette la dimostrazione della natura, non viceversa. Poiché dio è immanente il mondo e la natura, allora l’etica ne è dimostrazione. Spero di essere stato chiaro. Per Simone, questo assunto subisce un’accelerazione violentissima. Non solo è lo spirito etico, a possedere scienza teologica, ma è lo stesso spirito umano ad essere natura e materia per la legge divina. Non è quindi l’etica il principio di dimostrazione del divino, ma la materia umana, che è oggetto di fisica da parte di dio; Simone infatti crede che dio agisca sull’uomo nella stessa misura e con le stesse modalità scientifiche con cui l’uomo agisce sulla materia. Ciò è possibile poiché Spinoza viene prima di Newton e dello sviluppo vertiginoso della scienza fisica del ’900. Probabilmente anche Spinoza avrebbe geometrizzato e fisicizzato la conoscenza umana, ma non poteva farlo, poiché non erano ancora certe le dimostrazioni della fisica. Simone, tre secoli dopo, mantiene la tensione etico-spirituale spinoziana, ma vi aggiunge una osservazione che è solo sua, unica, irripetibile, e lo ripetiamo: dio agisce sull’uomo con la fisica della materia bruta, la stessa fisica che è l’uomo ad adoperare per conoscere la natura. Dio quindi parla con l’uomo attraverso le leggi della dinamica, attraverso la forza, le leve, la gravità e l’attrazione a distanza. In questo modo Simone dimostra l’etica attraverso la fisica, e questo paradosso è solo suo. L’importanza di questa osservazione è fondamentale: ciò che opprime l’uomo è il misconoscimento del rapporto meta-fisico che lega l’uomo a dio, quindi l’uomo, per conoscere dio, deve capire la fisica della sua etica, immersa nella materia di cui è composto. Nel prossimo post parleremo dell’analisi marxiana di Simone.
Un pò di…attualità…
Ieri sera, 09.10.09, in via S.Franca, presso il Teatro dei Filodrammatici, qui a Piacenza, – di cui allegherò qualche fotogramma – si è tenuta una conferenza di Giancarlo Gaeta, curatore della traduzione e dell’edizione dei “Quaderni”, su Simone Weil. Con toni pacati ed eleganti sono state ricordate le gesta biografiche della grande filosofa ebraico-francese degli anni 30/40. Purtroppo, ancora una volta, l’appuntamento con le sintesi del suo filosofare è stato rimandato. Non fa nulla, siamo abituati a ciò. Tuttavia in questo post renderò il lettore partecipe delle mie personali osservazioni su questo filosofare.
Innanzitutto ho chiamato “filosofare” il pensiero e la scrittura weiliane, poichè il libero utilizzo della cultura, delle idee e delle osservazioni non può essere classificato come “filosofia”, come potrebbe essere e rientrare nella nozione classica di “sistema filosofico”, sia che esso riguardi una struttura sia che non la riguardi. Una dottrina, benchè priva di sistema – come potrebbe essere quella dell’ “eterno ritorno” di Nietzsche – è pur sempre un tentativo di unità filosofica. Simone Weil non sembra, nella sua scrittura, essere interessata a ciò, ma non per questo il suo scrivere non-è filosofia, pur restando un filosofare. Dovremmo quindi procedere con una definizione di ciò che è il filosofare, per avere un punto di riferimento comune. Per convenzione diciamo che filosofare è porre un quesito, porsi un quesito, una problematica – magari altissima – ma senza per questo chiuderla in una definizione. Al contrario, filosofare è progredire verso stadi di maggiore complessità pur partendo da un semplice problema insolubile, spiccando quindi il volo verso le infinite ipotesi di sua soluzione, tutte efficaci, tutte vere, nessuna assoluta.
Simone Weil, quindi, a mio giudizio, adopera questa tecnica intellettuale, utilizzando a rovescio le “quaestiones” tommasiane, in cui ad un problema si risponde con una risposta, utilizzando la ragione. Nell’utilizzo delle ipotesi di soluzione ai problemi, la Weyi, avvicina la pratica filosofica alla prassi scientifica, come in un ampio e imperturbabile laboratorio, ove le idee giostrano in tutti loro possibili sensi, rette solamente da qualche principio intellettuale che si può definire – wittgensteinemente – una “credenza”, un credo intellettuale, che si dimostra con la potenza della sua ricorrenza. I grandi sistemi di pensiero collettivo, come dottrine politiche, dottrine religiose, dottrine mistiche, vogliono la Weil essere un pensatore politico, religioso, mistico, e con qualche avveduta ragione. Tuttavia il percorso della Weil è un percorso filosofico chiaro, che arriva si, alla politica, alla religione, al misticismo, ma attraverso lo strumento concettuale della filosofia. Simone, che non si sente all’altezza del fratello Andrè – genio della matematica – dopo avere a malincuore rinunciato alla dimostrazione scientifica, sceglie la tematica filosofica come suo destino intellettuale. Tuttavia le nozioni fisico-matematiche dalla filosofa sono di una chiarezza disarmante. Ingloba quindi, nella riflessione filosofica, i concetti fondamentali della allora matematica e fisica, schiudendo il suo riflettere alle dottrine filosofiche che, come lei sente su di sè con le scienze, renderebbero libero l’uomo dal suo obbligatorio asservimento all’oppressione. Il suo interesse sarebbe per le scienze, ma, oppressa dal sentimento di inferiorità per il fratello, che ama, lo sposta sulla filosofia, che promette, come sempre, la distensione del problema soggettivo, utilizzando il concetto per aprire le pieghe dell’incomprensibile. Il percorso non è tuttavia causale. Non saranno quindi le riflessioni sulla matematica e sulla fisica o sulla filosofia a causare il suo pensiero religioso o mistico o politico, ma essa percorre questa strada.
L’animo umano quindi, per Simone, è costretto da forze che lo opprimono. Che esso sia un semplice complesso di inferiorità, o una condizione di oppressione dovuta a cause materiali e sociali – famoso è il passo in cui la filosofa osserva come il semplice camminare per strada obbliga a sensazioni di oppressione o libertà a seconda del nostro stato d’animo e a seconda di cosa e chi incontriamo – il problema è la schiavitù dell’uomo nei confronti della materia bruta, che diventa forza opprimente capace di chiudere il senso del trascendente, diritto di qualsiasi individuo. La dimensione del trascendente filosofico a cui allude e a cui sottende l’attenzione filosofica di Simone, sono Spinoza e Marx. Essi saranno ricorrenti nei primi quaderni, prima che vengano definitivamente abbandonati. Tuttavia, la filosofa è questa. Simone quindi analizza il problema della forza bruta, della sostanza – substantia eticha – e della società oppressa dalla forza che tende alla substantia spinoziana, appunto, diritto universale. Il presupposto logico-teorietico è Spinoza, ma la materia di osservazione è Marx (di cui è ispiratore – rif. “Quaderno Spinoza”; Karl Marx). Forza, lavoro, energia, attenzione, sono i problemi filosofici che essa considera maggiormente. Nel farlo analizza, come farebbe il modernissimo Google, la parola, in tutti i lessici in cui è nominata, trasversalmente ad ogni disciplina, cercando di accumulare più sensi possibili, per scoprire quale sia la causa dell’oppressione che ne deriva.
Qui Simone compie un passo incommensurabile col presupposto iniziale. Nel prossimo post, spiegheremo il perchè questo è un passo che segna il cammino della filosofa verso l’incommesurabile.
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